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Digital Hub europei, l’Italia c’è

Il nostro Paese presenta 45 poli nazionali candidati a diventare hub d’innovazione per le imprese. Il Veneto corre con Smact.

digital hub europei, l'Italia c'è ed il Veneto corre con Smact.

L’innovazione delle imprese passa dai Digital Innovation Hub nazionali a quelli europei. Sostanzialmente è tutta qui la notizia dietro al nuovo piano europeo Digital Europe, che mette sul piatto 7,5 miliardi di euro  da utilizzare nel settennato 2021-2027 proprio per sviluppare nei diversi Paesi dell’Unione dei veri e propri hub ad alta specializzazione tecnologica in grado di accompagnare le imprese di tutte le dimensioni verso un processo di innovazione sostenibile, su misura e soprattutto duraturo. Oltre che scalabile e aggiornabile nel tempo.

L’Italia ha risposto presente, soprattutto perchè questa iniziativa rientra tra le strategie decisive per aiutare ogni realtà nazionale a risollevarsi dai colpi della pandemia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha raccolto circa 60 candidature presentate da enti e organizzazioni da tutto il territorio e ne ha selezionate 45 da presentare alla seconda fase di selezione in sede europea. Tra queste anche quella del competence center veneto Smact, che punta ad entrare nella cerchia dei 21 progetti ammessi (uno per regione o provincia autonoma) che potranno diventare massimo 28 in caso di progetti trasversali a più territori.

Digital Hub europei: ma che ne è dell’omonimo progetto italiano?

Tutto chiaro? Mica tanto, perché tra sigle e terminologie inglesi, il rischio per chi non mastica di innovazione d’impresa è di perdersi tra iniziative che possono sembrare l’una il doppione dell’altra. Senza capire per bene come muoversi e quali saranno le opportunità di questi percorsi all’apparenza confusi.

A qualcuno a cui il tema dell’innovazione è un po’ più familiare, sarà per esempio venuto in mente che i Digital Innovation Hub non sono una novità almeno per l’Italia. Questo è il nome di uno dei soggetti inseriti nel vecchio Piano Industria 4.0 risalente ancora al 2016.

Il piano individuava 3 soggetti che con ruoli diversi erano chiamati a fare rete proprio con lo scopo di accompagnare le imprese in un percorso di vera rivoluzione digitale, orientandosi tra contributi, finanziamenti e altre iniziative mirate. Questi soggetti erano:

  • i Pid, ovvero Punti di Impresa Digitale, di fatto rappresentati dalle Camere di Commercio. Il loro compito doveva essere quello di diffondere a livello locale le conoscenze di base nell’ambito delle tecnologie 4.0
  • i Digital Innovation Hub, per l’appunto. Ovvero enti (in particolare associazioni di categoria) con il ruolo di organizzare percorsi di formazione avanzata e a coordinare progetti per la trasformazione digitale delle imprese
  • i Competence Center (come Smact), ovvero dei network che coinvolgendo le università e i centri di ricerca erano chiamati a sostenere le imprese in sperimentazioni e ricerche di nuovi processi produttivi in ottica 4.0

E poi com’è andata?  

Non è un caso se abbiamo usato il passato, nel paragrafo precedente. Perché se nelle intenzioni quella doveva essere l’impostazione iniziale, nei fatti poi è andata un po’ diversamente. Non che il piano non abbia funzionato: molti sono stati i passi avanti condotti proprio con le risorse messe in campo grazie all’impegno dei soggetti in questione.

Ma in molti casi ogni interlocutore ha interpretato liberamente il proprio ruolo, senza una strategia complessiva di fondo. Così l’intero progetto si è stabilizzato raggiungendo una sorta di equilibrio operativo tra le parti diverso da territorio a territorio.

I Digital Innovation Hub oggi

Per i digital hub italiani quindi la situazione è un po’ arrivata a una sorta di vicolo cieco. Con i “cugini” dei competence center alla fine non è mai andato avanti quel percorso di rete che avrebbe dovuto suddividere i compiti in modo chiaro, e dare a entrambi i soggetti un ruolo attivo e distinto nell’accompagnamento delle imprese – soprattutto le meno strutturate – verso un percorso realmente innovativo.

Oggi quindi nella scatola dei “Digital Hub” finisce in molti casi un minestrone di servizi dal sito all’e-commerce, che poco hanno a che fare con una vera innovazione fatta di strategia e prospettiva.

La svolta: i Digital Innovation Hub europei

Ma dopo questo primo “rodaggio”, potrebbe essere arrivato il momento della svolta. Si perchè il progetto dei Digital Hub europei punta a mettere insieme, semplificare e potenziare l’intera collaborazione tra soggetti in campo.

Quindi ognuno dei soggetti dell’ex Piano Industria 4.0 può trovare una nuova collocazione all’interno di un sistema più articolato, sotto a un’unica regia di base regionale, e affidata ai professionisti del mondo di università e ricerca.

Già definiti i 5 pilastri su cui dovranno poggiare gli investimenti – e quindi gli sforzi – dell’intera rete degli Hub, ovvero:

  • calcolo ad alte prestazioni
  • intelligenza artificiale
  • sviluppo competenze digitali
  • cybersecurity
  • ampliamento della rete dei soggetti coinvolti

Che sia la volta buona?

La speranza è proprio questa: che il passaggio dagli hub nazionali a quelli europei dia la possibilità di arrivare a una vera accelerata nella transizione delle nostre aziende verso il 4.0. I finanziamenti, come detto, ci sono: i 7,5 miliardi sul piatto si affiancano infatti ai 95,5 miliardi (di cui 5,4 dal Next Generation EU) di Horizon 2021-2027, il programma UE a sostegno della ricerca e dello sviluppo tecnologico.

Basterà? Le prospettive ci sono tutte. Certamente, aggiungiamo noi, chi dovrà decidere come gestire le risorse, dovrà tenere in conto la vera sfida prioritaria e cioè rendere il processo il più inclusivo possibile.

Questo significa investire nei giovani e nella loro formazione, nell’incentivare la ricerca interdisciplinare, nel promuovere un approccio sempre più internazionale, nel favorire il continuo dialogo e scambio di conoscenze tra ricerca e sistema produttivo.

Allora sì che potremo parlare di vera rivoluzione digitale. Oggi e per gli anni a venire.

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