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Smart working, bella (ri)scoperta


Tutti ne parlano da anni. Pochi sanno cos’è per davvero. E forse l’emergenza Coronavirus servirà per aprirci gli occhi. A partire dalla connessione aziendale ed abitazioni private.

Di questi tempi chi dice Coronavirus, lavorativamente parlando, subito dopo si affretta ad aggiungere smart working. Un’espressione che, al termine dell’ultimo meeting, e ricevuto l’ultimo feedback di debrief dal followup, non può davvero mancare nel lessico della vera azienda cool. Peccato che il più delle volte alle parole seguono ben pochi fatti concreti.

Perchè sebbene il lavoro in “modalità agile” sia una realtà consolidata in tutti i Paesi avanzati (Francia e Austria 20%, Finlandia 30%, Svezia 35%), l’Italia rimane tra le ultime ruote del carro. Solo il 4,8% di lavoratori da noi si può considerare effettivamente “smart”. Almeno stando alla definizione datane dalla normativa italiana, che nella legge 81 del 2017 parla proprio delle facoltà di instaurare, tra azienda e dipendente, un rapporto di piena flessibilità organizzativa secondo regole chiare e condivise.

Smart working, il lavoro è da casa. Ma c’è di più.

In realtà qui da noi c’è chi la fa parecchio più semplice. Del tipo, lunedì non puoi essere in ufficio (magari perché stai male)? Che problema c’è: ti mando come allegato mail il materiale che ti serve per lavorare anche da casa. Col tuo pc. Poi però giovedì torni eh? Sia mai che ti perdo di vista per una settimana.

In tre righe, lo smart working all’italiana. Almeno fino a prima del Coronavirus. Perchè adesso l’ultima speranza delle aziende che non vogliono farsi fermare dall’epidemia è ammettere che il Re era nudo. E che la teoria va applicata alla pratica, riorganizzando il lavoro agile, ma per davvero.

Un valore agli obiettivi, non al tempo

A onor del vero c’è da dire che qualcuno anche qui si era accorto in tempi non sospetti che lo smart working fa bene all’azienda prima che al dipendente. Il dato italiano assoluto è infatti salito del 20% rispetto al 2018. Poca roba, considerato che si partiva molto vicini allo zero, ma che testimonia una sensibilità potenzialmente in rapida ascesa specie tra gli imprenditori con un minimo di visione.

E sono diversi i motivi “monetizzabili” per crederci. In primis la leva poggia sul risultato, non sul tempo impiegato per arrivarci. E poi si responsabilizza la persona, rendola autonoma nella gestione delle risorse che ha a disposizione. La sua produttività non può che giovarne grazie alla possibilità di bilanciare meglio il tempo libero e quello occupazionale.

Il prezzo? Il vero smart working richiede un vero e proprio change management. Cioè si può fare – e adesso più che mai si deve fare – solo se si investe in tutta l’organizzazione aziendale. Il focus non sono più il dove o il quando, ma il come si possono completare gli stessi compiti di prima, in modo più veloce ed efficace. Più smart, insomma.

Niente fibra? Ahia.

Questo è il rovescio della medaglia, almeno per lo standard italiano. Il vero lavoro agile richiede anche tecnologie altrettanto di livello. D’altra parte lo dice l’altra metà della stessa legge di cui sopra: per essere “smart” l’accordo tra dipendente e lavoratore deve anche poggiare sull’utilizzo di strumentazioni che consentano il lavoro da remoto. Pc, tablet e smartphone aziendali sono un buon inizio, ma non bastano.

Oltre a questo, per avere la vera virtualizzazione di tutti i dati in qualsiasi dispositivo fisicamente lontano dall’azienda, vanno aggiunti:

  • Una connessione ultraveloce ed affidabile, per lavorare ovunque al massimo della velocità
  • Un firewall ed una VPN, che protegge i tuoi dati e porta virtualmente l’azienda ovunque ti serva
  • Sistemi di videoconferenza e piattaforme di collaboration per poter intrattenere rapporti da remoto e condividere il lavoro con il team

E in questo senso, puoi trovare qui tutte le nostre proposte per portare la tua azienda ovunque ti serva.

Più semplice “grazie” al Coronavirus

Proprio così. L’emergenza in atto in queste ore ha reso più semplice l’accesso allo smart working. Questo perchè, precisiamolo: in periodi “normali” si parla di smart working se e solo se esiste un preciso accordo contrattuale che lo ufficializza, normandolo in modo preciso. Tutto il resto sono capi che parlano a sproposito, o dipendenti incapaci di sconnettersi del tutto dall’ufficio quando ne avrebbero diritto.

In questa fase particolare però il Governo ha emanato un nuovo Decreto che interviene anche sulle modalità di accesso allo smart working stabilendo che “la modalità di lavoro agile può essere applicata per la durata dello stato di emergenza dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato”.

La speranza? Che dallo stato di emergenziale necessità, diventi in futuro ordinaria attualità Questo sì che sarebbe straordinario.

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