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La cheerleader… mondiale! (A ritmo di hip hop)

Dimenticatevi pom pom, e mazze rotanti. Adelaide Maran è una di quelli che quando danzano… lanciano le persone. E da Sovizzo è pronta a volare al World Cheerleading Championships 2018 ad Orlando.

Avete presente le cheerleader dei film americani? Quelle belle, ma non proprio cime, lì solo per fare da tappezzeria alle performance sportive serie, da uomini duri, tra pom pom colorati e mazze rotanti? Ecco, se per voi il discorso si esaurisce qui, sappiate che siete fuori strada.

Perché il cheerleading, quello vero, è tutta un’altra storia. È un mondo fatto di persone completamente diverse, tanto per cominciare. E sì, ci sono pure gli uomini. E bisogna sentirsela dentro la passione per la musica. E ci sono gesti da imparare alla perfezione, e tanto lavoro di squadra, e allenamenti snervanti, e sudore, e fatica e tanta forza fisica. Perché qui per essere bravi non basta lanciare cose. “Qui lanciamo letteralmente le persone”.

Sorride Adelaide Maran, ma eccome se è seria. E non può essere altrimenti, per un’atleta della Nazionale Italiana Cheerleading, che si prepara a diventare… mondiale. Adelaide, 20 anni il prossimo giugno, di Sovizzo, è infatti tra i 19 atleti azzurri selezionati da coach Silvia Sturani, in partenza il prossimo 23 aprile per vestire l’azzurro al Disney World Resort di Orlando, Florida.

E Interplanet sarà al suo fianco: Adelaide è infatti la prima protagonista di #LaBuonaFibra – Campioni che creano connessioni, il nostro nuovo progetto dedicato alle giovani promesse locali dello sport e del sociale, che potranno contare sul nostro sostegno economico e “digitale” per correre incontro ai loro sogni.
Vivremo dal vivo le emozioni di Adelaide e grazie alla tecnologia racconteremo giorno per giorno le storie di questa cheerleader… che balla a ritmo di hip-hop!

Aspetta, cheerleader e hip-hop, abbiamo capito bene?

Eh sì, pochi lo sanno ma il cheerleading è uno sport che mette assieme stili e discipline completamente diverse. Al mondiale ci saranno tre categorie: il freestyle, (quello più “classico”), il cheer jazz (più simile alla danza contemporanea a ritmo di jazz), e l’hip-hop, quello che faccio io. In tutto siamo circa un’ottantina di atlete della nazionale azzurra, divise in 4 squadre, la Junior (dai 14 anni in su), la Senior (dai 18 anni in su) e altre due “double”, cioè che gareggiano in due anziché in gruppo.

Come è organizzato il Mondiale?

Si divide in due parti. I primi tre giorni si gareggia a nazioni, una competizione più tecnica e meccanica. La seconda parte invece, quella più coreografica, è dedicata alle gare tra club. Nel caso nostro il “club” coincide di fatto con la nazionale stessa, che quindi è come se partecipasse a un doppio mondiale. Le nazioni invece come gli Stati Uniti, che hanno più club, qui possono farli gareggiare tutti in parallelo. Cosa che naturalmente li vede nel complesso tra i favoriti.

Come descriveresti la tua specialità?

L’hip-hop non è solo una danza. Servono grandi doti atletiche. Certo, devi averlo praticato molto per conoscerlo bene. Perché ci sono lanci e salti, che richiedono forza fisica. E solo l’esperienza ti insegna bene qual è il tuo ruolo, e come fare a “sentirtelo” tuo. Perché puoi essere quello che solleva, o quello che è invece è lanciato in aria. E la sintonia è fondamentale.

Ci viene da immaginare qualcosa di molto… acrobatico.

In realtà non è che facciamo roba tipo… voli di 5 metri o cose così. Sicuramente però la coreografia è molto importante. Non sono movimenti improvvisati. Nella prima parte del mondiale, quello a nazioni, il gesto per esempio è tutto. A fare punteggio sono solo la qualità tecnica e la pulizia dell’esecuzione. Stop. La seconda parte invece è quella più coinvolgente. Perché vengono valutate anche le performance “teatrali”, quindi espressioni, interpretazione, e la scelta coreografica nel suo complesso. Nel primo si punta a fare i punti, nel secondo a divertire e intrattenere il pubblico.

A proposito di pubblico, di quanti spettatori parliamo?

Uuuh, guarda non so proprio cosa aspettarmi. Il palazzetto dove saremo quest’anno è nuovo, lo hanno rifatto perché il precedente era troppo piccolo. Ci saranno 100 nazioni partecipanti, con atleti e relativi parenti, quindi sicuramente non saremo pochi lì. Poi si parla di 16 canali che seguiranno l’evento in diretta, più lo streaming sui social… insomma certamente la visibilità non mancherà.

Tornando a te, te l’aspettavi di partecipare?

Per me è la prima volta in assoluto, anche se danzo ormai da 6 anni. Ho partecipato alla selezione ai primi di ottobre, con un pezzo personale e un laboratorio coreografico. Il laboratorio sapevo che era andato bene, ma il personale, essendo singolo, non potevo metterlo a confronto con quello degli altri. Dopo un’angoscia di una settimana e mezza è arrivata la mail di conferma, ed è stata una festa doppia.

Perché doppia?

Perché hanno selezionato sia me sia il mio ragazzo Nicola, anche lui atleta di hip-hop. Ho fatto leggere a lui la mail, che ci è arrivata in contemporanea. Dopo il panico da preapertura è stata una festa per entrambi. Lui era sicuro fin dall’inizio che sarebbe andata bene, io ci ho messo un po’ a rendermi conto che era tutto vero.

Obiettivi?

Io te lo dico, parto con l’idea di vincere. Non mi accontento di portare a casa una bella esperienza, e i ricordi, o le emozioni, e eccetera eccetera. La determinazione deve esserci sempre. Poi comunque vada spero che come gruppo possiamo proseguire ancora molto insieme, perché siamo proprio affiatati. Infine un obiettivo personale: spero che per me possa esserci qualcosa anche “dopo”. Il sogno è che qualcuno mi veda e mi dia la possibilità di vivere con la danza, non solo per hobby.

Ma come è nata questa passione?

Per scommessa! (ride). A mia mamma l’hip-hop è sempre piaciuto, quindi mi è capitato di ascoltare questa musica fin da piccola. Un giorno a 13 anni ho incontrato in piazza dei Signori dei ragazzi che lo stavano ballando. Ero con un’amica che mi ha fatto: “Se ti piace come ballano, prova a dirglielo!”. Non mi sono tirata indietro, e loro, un gruppo di ragazzi americani della Ederle, sono diventati la mia prima “squadra”. Un inizio rigorosamente di strada, e a ritmo di stereo gigante, come nei film.

Quanto è difficile conciliare hip-hop e vita privata?

Molto. L’hip-hop è uno sport che costa parecchio. Prima di tutto economicamente, perché è uno sport di nicchia. E devo dire un grazie sincero ai miei genitori, che mi hanno sostenuta fin dall’inizio tra allenamenti e trasferte, e i mille dubbi che è naturale che a un genitore possano venire. E lo sforzo economico va a braccetto con lo sforzo personale. Io mi alleno in una palestra a Bologna e nel centro tecnico di Cesenatico, dove ha sede la Fisac (Federazione Italiana Sport Acrobatici Coreografici), cioè la nostra federazione. Questi sport vanno per la maggiore in centro Italia infatti. E nel frattempo porto avanti gli studi al Rossi di Vicenza, indirizzo telecomunicazioni.

Un continuo avanti e indietro insomma.

Ti dico solo che è da ottobre che abbiamo iniziato a studiare la coreografia insieme, trovandoci un fine settimana ogni quindici giorni, e lavorando per 6 ore il sabato e 8 la domenica. Abbiamo iniziato con la coreografia, adesso invece è tutta tecnica e correzione di movimenti, quindi in effetti è sfiancante. Come dicevo non abbiamo gesti particolarmente acrobatici, ma serve grande fiducia e pieno affiatamento. Ogni lunedì mattina quando mi sveglio mi dico “Aiuto, siamo solo all’inizio di un’altra settimana!”.

Ma la fatica è ripagata dalle soddisfazioni.

Indubbiamente. E ti dico la mia più grande: al centro giovanile del mio quartiere a 16 anni ho aperto una piccola classe di hip-hop spinta dal presidente che mi conosceva. All’inizio avevo 3 bambini iscritti. Oggi sono 25, di cui 6 adulti e tutto il resto bambini dagli 0 ai 12 anni, con cui facciamo esibizioni e gare. Ecco, far diventare questo qualcosa di ancora più grande potrebbe valere per me forse ancora di più di una vittoria mondiale.

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