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Competence Center, sarà davvero la svolta?

Al via l’iter per la nascita dei poli che svilupperanno l’innovazione delle imprese con ricerche e sperimentazioni sui processi. E il Triveneto spera.

competence center industria 4.0

Competence center, la buona notizia è che finalmente sono realtà. Dopo un anno di ritardi e slittamenti il Ministero dello Sviluppo e quello dell’Economia hanno varato il decreto per finanziare i cosiddetti “centri ad alta specializzazione”, che potranno beneficiare di 40 milioni di contributi per aiutare le imprese di qualsiasi dimensione a innovarsi.

Piccola parentesi per chi si fosse perso qualche passaggio. Un competence center è uno degli strumenti previsti dal Piano Industria 4.0. Unisce atenei universitari, centri di ricerche specializzate e imprese innovative, secondo un modello di partenariato pubblico-privato.

Lo scopo di un competence center? Mettere insieme le competenze di tutti i soggetti  e affiancare le imprese che vogliono darsi al digitale. Sia quelle già abbastanza “tecnologiche”, sia quelle che è già tanto se usano le mail.

Un competence center lavora su tre filoni:

  • orientamento alle aziende, in particolare le più piccole, con servizi in grado di misurare il grado digitale di partenza e di fornire le informazioni adeguate
  • formazione, per aumentare il grado di conoscenze di imprenditori e dipendenti e renderli più autonomi nelle decisioni per la loro innovazione
  • avvio di progetti per la ricerca e la sperimentazione di nuovi processi produttivi. Per valutare cioè se ciò che ho sempre fatto fino a oggi posso farlo meglio da domani, grazie alle nuove tecnologie. E quanto questo mi conviene.

Competence center: sì, ma dove?

Fin qui tutto bello. Perché in realtà nel concreto la sfida parte adesso. La domanda infatti è chi (e soprattutto dove) saranno questi competence center?

I fondi infatti non sono infiniti, e a conti fatti qualcuno ipotizza che i poli non potranno essere più di 4 o 5 nel territorio nazionale. Questo in virtù anche del fatto che saranno finanziabili progetti non eccedenti i 200 mila euro assegnati al singolo richiedente.

Se si fa la conta delle università si vede subito che per vocazione i Politecnici partono avvantaggiati, quindi Milano, Torino e Bari, a cui potrebbero aggiungersi anche Pisa e Napoli.

 

E il Veneto?

Al momento non pervenuto. O meglio: almeno per i bookmakers. La voglia infatti c’è eccome, ma ci sarà un’agguerrita concorrenza, e per il momento è più speranza che fiducia. Però dalla parte nostra è già stato fatto uno sforzo notevole, con l’unione di forze tra atenei.  Un competence center Padova-centrico ma esteso a tutta la Regione potrebbe quindi non essere un’eventualità così remota.

 

Opportunità si o no?

Se siete arrivati fino a queste righe forse è perché fin dall’inizio dell’articolo vi state facendo la domanda di cui sopra. Be’, quello che intanto possiamo dirvi con sicurezza è che in effetti a chi fa le regole piace un po’ complicare le cose.

Ora ci sono i competence center, prima sono arrivati i Digital Innovation Hub, eccetera eccetera. (In questo articolo si cerca di fare un po’ d’ordine)

Nei fatti, l’opportunità c’è eccome, ma probabilmente serve un po’ di visione. Cioè: se avete in mente un progetto ad ampio respiro, un’innovazione strutturale e duratura, un cambiamento reale del vostro approccio al lavoro, il competence center fa effettivamente al caso vostro. Incrociando le dita di trovarlo a corto raggio dalla vostra attività (e tifiamo tutti per Padova e cugine). In ballo come detto ci sono fino a 200 mila euro, a copertura del 50% delle spese sostenute da voi. Cioè ogni 10 spesi, 5 li mette il center.

Viceversa, se la vostra esigenza è più puntuale o legata all’immediato (tipo nuovi computer, nuovi macchinari, un e-commerce, la fibra ottica) forse vale di più il consiglio del vostro fornitore di fiducia.

Che quello sì di certo lo trovate poco lontano!

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